La Comunicazione Facilitata

ALCUNE NOTIZIE SULLA COMUNICAZIONE FACILITATA
La Comunicazione facilitata è stata introdotta in Italia da un genitore, Patrizia Cadei, la cui formazione è stata curata direttamente dal Prof. Biklen, Direttore dell’Istituto Universitario di Syracuse, in America.
Inizialmente, onde evitare appropriazioni scorrette del metodo, l’informazione e la formazione sono state seguite direttamente dalla Sig.ra Cadei attraverso l’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici).
I risultati sono stati talmente incoraggianti da indurre il Prof. Biklen a sollecitare la formazione di gruppi di supervisione al metodo in vari punti d’Italia.

CHE COS’È LA COMUNICAZIONE FACILITATA?
Trattasi di una strategia di comunicazione alternativa, il cui utilizzo permette ad una persona con problemi di comunicazione, di esprimere il proprio pensiero, rimasto bloccato a causa di una comunicazione verbale nulla o insufficiente, attraverso interventi graduali e con l’ausilio di vari mezzi (computer, fotografie, simboli, ecc.).

ELEMENTI DELLA TECNICA
Gli elementi della tecnica includono:
– un supporto fisico per costituire allenamento a movimenti successivi individualizzati;
– un lavoro strutturato, che parte da domande e risposte semplici, per arrivare ad una conversazione aperta e spontanea.
La Comunicazione Facilitata altro non è che il supporto fisico iniziale mano-su-mano oppure mano-su-braccio, per permettere al soggetto con sindrome autistica o comunque alla persona con problemi di comunicazione, di compiere scelte esatte nell’indicare delle figure, degli oggetti o delle lettere.
Il facilitatore non guida il facilitato nella scelta, ma piuttosto stabilizza il movimento e, in alcuni casi, effettivamente rallenta la mano della persona che si accinge a compiere una scelta.
Il supporto fisico aiuta il soggetto a superare alcune difficoltà fisiche (nonché emotive) specifiche, quali uno scarso coordinamento occhio-mano, un troppo basso o troppo elevato tono muscolare, problemi nell’isolare o estendere il dito indice, perseveranza nell’esecuzione di un compito, utilizzo di entrambe le mani per eseguire un compito che ne richiederebbe una sola, tremori, instabilità muscolare, problemi nell’iniziare un compito su comando, impulsività” (Crossley 1990).
Con il passare del tempo il supporto regredisce ad un semplice tocco sulla spalla fino ad arrivare all’indipendenza nello scrivere.

PERCHÉ E’ NECESSARIO IL CONTATTO FISICO?
Ipotizziamo che alla base del disturbo ci sia un difetto di programmazione e sequenziazione. Tale disturbo influirebbe sulla capacità di organizzare e riadattare in modo volontario i programmi motori.
I ragazzi con sindrome autistica presentano una dissociazione automatico-volontaria: chiediamo loro di saltare e non lo fanno, come se non lo sapessero proprio fare, o non comprendessero il comando, ma, dopo un po’ verosimilmente, li vediamo saltare.
Chiediamo di pronunciare una lettera e non otteniamo risposta, ma poco dopo li sentiamo pronunciare una frase che contiene diverse di quelle lettere con le quali aveva fallito la ripetizione, e via dicendo.
Quando si ha un difetto di programmazione, per iniziare un programma motorio è necessario l’aiuto di uno “starter”: il facilitatore ha questa funzione di “starter” che esercita sia con il contatto fisico che con la sollecitazione verbale e il messaggio empatico.

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